Gli allucinogeni nel mito. La mandragora
Giorgio Samorini in E. Zolla (cur.), 1998, Il dio
dell'ebbrezza.
Antologia dei moderni Dionisiaci, Einaudi, Torino, pp. 357-361
Presso
le culture del bacino del Mediterraneo, la mandragora possiede una lunga
tradizione come pianta magica, afrodisiaco, allucinogeno e medicinale. E' una
delle più rinomate piante della stregoneria medievale europea, ma le sue virtù
sono note fin dal II millennio a.C.
La conoscenza di questa pianta è infatti testimoniata da reperti archeologici
egiziani a partire dal XIV secolo a.C. (durante la V Dinastia) e immagini della
pianta sono state identificate in antichi bassorilievi a Boghazkeui.
Assieme alla ninfea e al papavero da oppio - anch'esse piante dotate di proprietà
psicoattive - era impiegata per fare unguenti capaci di indurre stati ipnotici,
di trance ed estatici. Conosciuta dagli antichi Germani, dai Greci e dai Romani, è stata suggerita
l'identificazione di questa pianta con l'enigmatica erba moly di Omero.
Nel racconto, inserito nel decimo libro
dell'Odissea, è il dio Hermes, il "messaggero degli dei", a donare la
magica erba a Ulisse, affinché egli possa utilizzarla come agente protettivo
contro gli effetti maligni del filtro della maga Circe, capace di trasformare
gli uomini che ne bevono in animali, nella fattispecie in maiali.
Nel racconto omerico, l'erba moly svolge dunque una funzione opposta a quella delle classiche erbe magiche: evita
la trasformazione in animale, anziché indurla. Per Omero "la radice era
nera, simile al latte il fiore, moly la chiamano i numi. Strapparla è difficile
per le creature mortali, ma gli dei tutto possono".
La difficoltà di estirpazione della pianta è un motivo che si presenterà secoli
più tardi, anche nei racconti medievali sulla mandragora: un motivo che ha
provocato timore nei confronti dell'erba, ma che ha anche dato impulso
all'elaborazione di particolari pratiche magiche protettive per la sua
raccolta.
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